C’è un filo rosso che lega lo staff della grafobit.
La nascita in un paesello di provincia, l’informatica, la frequentazione di ambienti ristretti.
I miei genitori, scesi per il tempo necessario dalle barricate del ’68, riescono a generarmi con i capelli rossi e ad avviarmi ad un amore per le comunicazioni via cavo che ancora coltivo con passione.
Ogni volta che sentivo risuonare fra le pareti domestiche le note dell’Internazionale meditavo sulla fortuna di non essere stata chiamata Svetlana. La gratitudine mi riempiva il cuore e non potevo certo evitare di dare almeno un po’ di soddisfazione.
La tuta da metalmeccanico ed il costume ungherese erano sufficienti perché fossi lasciata in pace fra gli scaffali della biblioteca pubblica e le scatole del Lego.
L’imprinting è difficile da modificare. L’Istituto Tecnico Industriale mi permette di rimettermi la tuta per andare a limare pezzi in officina: due anni di aggiustaggio da far invidia ad un fabbro e poi l’incontro con i computer. Per un diploma da perito informatico litigo con il DOS ed i 486, poi cambio genere e divento Educatore Professionale.
I PC intanto si evolvono ed io ho incontri saltuari con loro.
In una tranquilla giornata autunnale mi chiedono: “Non ti piacerebbe fare qualche lezioncina di informatica in carcere?” Scopro che in fondo non è male insegnare ad usare un PC e che può essere il tramite inaspettato per conoscere un mondo a parte dentro la città. Mi pongo più domande di prima; inizia la campagna della Comunità di Sant’Egidio contro la pena di morte; i miei ingressi in carcere continuano, anche se ho dovuto rettificare alcuni stereotipi sugli ospiti delle patrie galere...
L’amore per l’Europa dell’Est è rimasto e con l’informatica va meglio. In officina non vado più; ed è un vero peccato, perché a suon di lima facevo bellissime teste di martello.
In compenso sono incappata nell’antropologia.
C’è un filo rosso che lega lo staff della grafobit:
un’amicizia solida con cui alimentiamo l’un l’altro curiosità, passione ed impegno.