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A seguito del Messaggio di Giovanni Paolo II pronunciato in occasione del Giubileo per le carceri, si sono svolti una serie di incontri all'interno della Casa circondariale di Novara tra un gruppo di detenuti ed alcuni seminaristi per commentare le parole del Pontefice.

Qui si offrono alcuni stralci della parte dedicata al tempo nel documento finale in cui sono stati raccolti i risultati del seminario. Il testo completo degli atti e del messaggio papale sono scaricabili direttamente da questa pagina.

Il tempo e la detenzione. Individuando nell'esclusione il fine e l'origine della detenzione e ponendo come termine fermo ed imprescindibile la prospettiva della salvezza-ritorno per ognuno, il documento, per rimarcare certezza ed importanza dell'affermazione, a metà del secondo punto entra repentinamente nel vivo della natura stessa dell'esperienza detentiva.

Giocano, qui, ma soprattutto nel punto successivo, due categorie filosofiche classiche: lo spazio ed il tempo. Quest'ultimo, soprattutto, è chiamato a svolgere una parte centrale nelle argomentazioni del Messaggio. La pena carceraria, essendo semplice privazione di libertà, per il comune osservatore esterno si sviluppa principalmente, seppure in modi e regimi diversi, attorno una banale sottrazione di spazio. Il tempo appare una misura neutra ed egualitaria del divieto di agibilità di luoghi. [...]

Per meglio intendere: l'esclusione viene attivata ed agita, sostanzialmente, con una messa in mora del tempo e dello spazio sociali. Ma anche se lo spazio riveste un'importanza vitale per l'uomo ed entra in quella ristretta sfera dei suoi bisogni realmente primari, l'esclusione può diventare detenzione - cioè pena unica e stigma assoluto - solo quando, incontrando un codice penale, è universalmente applicata e plasticamente modulabile tramite una parcellizzazione infinita del tempo.

La somma di tempo e pena dà vita ad un'equazione aggirabile e configurabile continuamente secondo le più disparate esigenze, che riesce a calcolare farmacologicamente il quid necessario a curare il danno occorso al corpo sociale per un qualsiasi comportamento messo in atto da ogni individuo in una qualunque occasione. La predominanza penale del tempo consente di mettere sul piatto della bilancia retributiva della giustizia non più fette di carne o dosi di sofferenza fisica appartenenti al corpo del condannato, bensì giorni, mesi ed anni della sua esistenza sociale, tutto ciò in virtù del fatto che ogni pur minima frazione di vita quotidiana ha ormai un valore assegnabile sulla base di una sua potenziale mercificazione. Può non piacere ed essere considerato moralmente ripugnante ridurre la vita alla risultante dell'equazione tempo disponibile e denaro, ma l'insieme delle relazioni che compongono e condizionano la nostra attuale civiltà questo esprimono ed a questo tendono, perciò con questo dobbiamo confrontarci.

Escludere per mezzo della detenzione un individuo, allora, significa in particolar modo negare ogni valenza sociale alle sue azioni, rendendolo con questo, e non mediante un muro fisico, totalmente separato dal resto del mondo.

Una volta esplicitate tali premesse, ci troviamo di colpo di fronte al passaggio il cui contenuto ha sollevato nel seminario i più alti dissensi, ma che ha anche, forse, suscitato il maggior interesse, tanto che l'approfondimento del tema ha monopolizzato la discussione per più incontri. "Il Giubileo ci ricorda che il tempo è di Dio. Non sfugge a questa signoria di Dio anche il tempo della detenzione. I pubblici poteri che, in adempimento di una disposizione di legge privano della libertà personale un essere umano ponendo quasi tra parentesi un periodo più o meno lungo della sua esistenza, devono sapere di non essere signori del tempo del detenuto. Tutte le proposizioni citate, ma soprattutto la prima, che introduce il punto 3), hanno una portata stravolgente.

È stato fatto notare che un chiaro segno indicatore della superficialità e della disattenzione con cui è stato accolto il Messaggio può essere individuato nel fatto che nessuno - media, politici o intellettuali - ha sottolineato questa dichiarazione che ha un peso enorme, soprattutto se resa nella società attuale. Un riscontro maggiormente facilitato dal fatto che "il tempo è di Dio" è evidenziata graficamente mediante l'uso del corsivo. Ciò francamente ci ha molto colpito e nel contempo ha rafforzato la convinzione della utilità delle presenti riflessioni. [...]

Ma se si contesta, come abbiamo fatto, il possesso divino del tempo, quale alternativa può essere messa in campo? [...] È stato così sostenuto, con pari vigore e convinzione, che il tempo, come prius irriducibile, è dell'uomo - i. e.: dell'individuo - e solo successivamente, a seguito di un libero (e liberabile) atto cosciente e volitivo, della società, comunque la si voglia intendere. Ma, in pari tempo, si è anche argomentato, forse sulla scorta dell'indifferenza deterministica della storia, che il tempo, in modo ineluttabile, appartiene allo Stato, inteso o da intendere come forma sociale concreta in atto.

In effetti, le tre diverse posizioni sulla proprietà del tempo, rimandano a concezioni mutuamente esclusive. Validativamente la giustificazione analitica si posiziona rispettivamente su: una sfera sacra frapposta tra Stato-individuo; un insieme di diritti soggettivi naturali e/o fondamentali; un tessuto sociale oggettivo e totalizzante. Visioni del tempo, comunque, legittime e argomentativamente fondate, ma che, è stato fatto notare, in un certo qual modo, non tutte sembrano sostenere in pari grado la struttura discorsiva dei problemi.

Nel Messaggio in più di un luogo si rimanda ad una concezione del tempo, appunto, eminentemente sociale, che può essere affermata in modo coerente solo radicalizzandone origine ed essenza nelle trama generale ed allargata delle relazioni interpersonali che di fatto disciolgono la figura dell'individuo. [...]

Questo alto interesse per la sfera sociale dell'individuo rapportata all'uso del tempo, oltre che essere giusto in sé, lo è anche logicamente perché discende da quel tipo di lettura proposta sulla natura dell'esclusione che, lo si è visto, è ricavabile dalla parte introduttiva del discorso del Pontefice. In effetti quel che stride nella preminenza alternativa sia del divino come dell'uomo davanti a khrónos è la banale constatazione, come appare anche dal testo, che il dramma dell'individuo non consiste nel togliergli del semplice tempo ma del tempo come attività e valore sociale, tanto è vero che, per estrema ed insanabile contraddizione, nella detenzione l'esclusione prende corpo come riconsegna totale del tempo all'individuo, il quale, riappropriatosene, drammaticamente non sa cosa farne proprio in virtù del fatto che semplicemente non può socializzarlo... è questo frangente che fa diventare il tempo detentivo tragica esperienza esistenziale, perché con l'esclusione, essendo negato il senso collettivo di appartenenza alla comunità, la persona è continuamente posta nella condizione di dare un senso ad ogni istante della propria vita.

Ma [...] ciò che è stato maggiormente evidenziato in quel "il tempo è di Dio" non è tanto il contenuto bensì la nettezza dell'affermazione. Ci ha favorevolmente colpito proprio la decisione che la Chiesa ha dimostrato nel prendere posizione e nell'indicare i termini entro i quali l'azione politica dovrebbe muoversi e gli indirizzi verso cui la società potrebbe avviarsi.

A ben guardare, lo abbiamo considerato uno splendido esempio di come vorremmo la Chiesa oggi: propositiva e coraggiosa nell'affermazione dei valori. Due le evidenze davanti agli occhi di credenti e laici: il processo di totale desecolarizzazione che ha avuto corso nella Chiesa, soprattutto nella parte finale del vecchio millennio, e la disabitudine nella società odierna a trarre dalla realtà spunti critici da trasformare successivamente in progettualità moralmente condizionate.

Tali presupposti legittimano ed in pari tempo incitano la Chiesa, nella qualità di residuo ente morale, a contrapporsi alla marea montante che misconosce la priorità di quei valori che sono propri dell'esistenza dell'individuo e della natura, in favore di un loro totale asservimento e riduzione alla logica del mercato. [...]

L'estraniamento ha dilagato oltre le mura del carcere e coinvolge settori sempre più vasti della società civile. Il paradigma che la Chiesa da qui in avanti ci auguriamo voglia privilegiare potrebbe essere così reso: "ridare senso al tempo sociale riconsegnando il senso della vita al singolo, consentendogli di essere effettivamente partecipe di un comune processo di cambiamento".

Riappropriarsi del significato del proprio vivere presuppone, tra le altre cose, la consapevolezza di agire e non di essere agito, condizione che può effettuarsi pretendendo innanzitutto la consegna alla società dei mezzi per interpretare la realtà. In questo nostro mondo totalmente mediatizzato, ciò di cui si avverte maggiormente la necessità è di ricostruire una nuova trama culturale che aiuti a rallentare la frenetica velocità del tempo attuale per riconsegnare al pensiero il lusso, il gusto ed il valore di quei ritmi dilatati che consentono la riflessione critica e sentimentalmente distaccata su noi stessi e quanto ci circonda.

Nella direzione di una simile rifondazione antropologica, le responsabilità ed i compiti della Chiesa sono sicuramente eminenti e fondamentali...

Novara, luglio 2001 .: download :.

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