| | cattivi pensieri | carcere e pena |
Si propongono due brevi riflessioni di un gruppo di detenuti della Casa circondariale di Novara sulla Pasqua, il dolore e la sofferenza dell'umanità.
Passo per caso ed incontro il dolore del Cristo. Pensieri su morte, deposizione e sepoltura nella Via Crucis.
Tutti siamo passeggeri distratti sulla nave del mondo. Ognuno insegue il pigro sogno di rotte personali lasciandosi condurre dal flusso delle onde.
Può capitare di salire a bordo in un giorno di bonaccia o durante un uragano spaventoso. Può accadere di trovarsi sul ponte quando si rovescia una rete piena di pesci oppure quando, mestamente, si arrotola il filo di una lenza spezzata. Può succedere di avere il fisico vigoroso di un marinaio oppure quello gracile di un malato.
La nave è grande, ma gli incontri, ancorché fortuiti, sono obbligati.
La felicità si scontra con la sofferenza.
Il mare è calmo ma improvvisamente s'infuria.
Nell'andirivieni delle esistenze e delle tempeste gioie e dolori si mescolano: la vita è vita ed il mare è mare...
Il mio bene spesso è pagato con il male di molti altri. Il loro male pretende un bene sottratto: il mio.
Cosa può dare, a ciascuno, la certezza di trovarsi sul lato giusto della nave? cosa può garantire, di volta in volta, il rispetto di uno status quo ingiusto? cosa vela gli occhi di chi, zozzo di fuliggine, spala il carbone nella sala macchine permettendo al capitano, in candida uniforme, di piegare il timone verso ignote destinazioni? cosa evita ammutinamenti e rivolte quando le onde ed i dolori oltrepassano incerte soglie di sopportabilità?
Il sacrificio espiatorio, da sempre, fin da quando nelle savane gruppi ancora indistinti di ominidi sfuggivano dalle fiere lasciando indietro l'individuo più debole ed indifeso, ha contribuito a salvare e stabilizzare la società.
Man mano, nel corso dei millenni, si è perfezionato, adottando meccanismi sostitutivi ed impianti simbolici variegati ed efficaci, diversamente applicandoli per stemperare tensioni interne e deviare le energie del gruppo verso bersagli ad hoc. Il fondo di ingiustizia con il quale ognuno, nell'intimo della propria coscienza, sa di dover fare comunque i conti, vien fatto catalizzare e precipitare, a seconda delle contingenze e delle necessità, su di un oggetto, un animale, un uomo, una setta, una classe o un popolo.
Il dolore, l'incertezza, l'angoscia che il giusto prova, o gli può capitare di provare, vengono automaticamente ascritti a qualcun altro, colpevole per tradizione, per fato, per sesso, per ceto, per idea, finanche per segno fisiognomico.
La tua colpevolezza mi risolleva, la tua condanna mi tranquillizza, la tua scomparsa mi rallegra.
Se un manuale di antropologia ed un pizzico di ragionamento possono aiutare a guardar dietro le quinte teatrali della giustizia, l'incontro con il dolore innocente e volontario è evento storico sufficiente e necessario per spezzare il meccanismo sostitutivo/espiatorio e suscitare nel passante più disattento e superficiale sentimenti ed interrogativi ineludibili.
Quando il Cristo, con le braccia stese sulla Croce, abbandonata nell'attimo supremo della morte la Sua natura divina, assume interamente su Se stesso la colpa di tutto il genere umano, assurge a figura assoluta, unica e terminale di capro espiatorio. La cultura dell'umanità, per mezzo della religione, ha tentato di superare, esaurendolo e svuotandolo di senso, questo perverso meccanismo accusatorio/assolutorio. Dall'ora zero della morte di Cristo tutti hanno guadagnato l'innocenza e, di fatto, sono stati resi uguali, pronti per ri-cominciare una storia diversa ed un cammino nuovo di salvezza da compiere insieme, abbattendo le differenze sociali ed i muri del pregiudizio.
Ovviamente così non è stato, ed il sacrificio espiatorio ha continuato ad esercitare la sua funzione compensatrice articolandosi e sofisticandosi maggiormente, seguendo come un'ombra negativa e perversa il lento sviluppo della civiltà, reclamato sempre a gran voce da folle disorientate che nell'atroce agonia di un loro dissimile vedono, sentono e sperano di acquietare i propri timori. E' sangue, sudore, tormento, urlo in diretta, vissuto con ritualità calcolata sulla piazza, per accentuare al massimo la catarsi collettiva. Via Crucis, appunto...
In tempi di grandi masse e d'immensi numeri in gioco, le piazze sono pericolose, difficili da gestire, ognuno deve essere libero ma solo davanti a sé ed al capitano della nave. La tecnica, altro stupendo prodotto dell'umana cultura, con la chimica e le macchine, disabituando al dolore ed alla fatica, ha reso tutti ipersensibili al male, tanto che viene attentamente imbandito ma differito sulla carta dei giornali o sullo schermo televisivo, fornito con una griglia di lettura che ne guida il fluire verso scopi e bersagli precisi.
Viene ammannito un succedaneo del dolore: il male è al di là del mezzo di comunicazione, lì davanti ma assolutamente distante: si è chiamati a parteciparne ma non a viverlo, non a sentirlo realmente: probabilmente una dose talmente massiccia di negatività sarebbe insopportabile per chiunque. In questo modo l'emozione, seppure in-tensa, è breve e scorre via non appena si gira la pagina o si cambia canale: si sollecita il riflesso istintivo, non il pensiero riflessivo, si ha di mira la superficialità, non l'approfondimento...
Seppure, dopo duemila anni di storia, si debba parlare di sconfitta del Cristo, nella Sua splendida narrazione rimane, proprio per l'oggi, un nucleo duro ed irrisolvibile: passo davanti alle icone della morte, della deposizione e della sepoltura, e non posso rimanere indifferente. E’ l'incontro con l'umanità dell'Uomo sofferente che mi colpisce: la vedo e so che esiste. E’ il messaggio della fine di una sofferenza inaudita che pretende e richiama alla calma, alla ponderazione, alla saggezza, al rispetto per il corpo inerte, alla pietas dei nostri padri: in quella massa di tessuti abbandonata a se stessa è racchiusa l'uguaglianza primigenia del genere umano.
Quando la vittima è ferma, immobilizzata per sempre dalla forza esercitata su di essa dall'intera società o per nome e per conto di una autorità più o meno fittizia, scopriamo nell'altro noi stessi e non possiamo andare oltre.
Quando la sconfitta è tanto grande da essere assoluta, il nemico ritorna un uomo: il velo di irrazionalità che ha coperto i nostri occhi cade, lasciandoci di fronte una parte che sentiamo essere anche nostra.
Media urlanti e politici imbelli, nonostante tutto, non sono ancora riusciti ad anestetizzarci in modo adeguato: incontro il Cristo, che so innocente volontario ed incontro l'uomo con il suo dolore e la sua povertà, incontro il povero e l'emarginato e riesco a percepire, ancora, il suo dolore perché uguale al mio...
Poca cosa, forse, ma sufficiente per tornare a rifletterne, insieme...
Novara, Pasqua 2002 .: download :.
Lento scorre il tempo. Invito a riflettere per la società civile.
Lento scorre il tempo con il mondo come contorno. La vita scivola via con frenetica indolenza.
Il bimbo felice che protende le mani verso il giocattolo colorato, dopo un milione di giochi sempre diversi, si trasforma nell'uomo triste mai sazio di possedere. La gioia ed il dolore si appollaiano a turno sulle nostre spalle divertendosi con l'altalena dell'esistenza. Il senso leviga vette ed abissi trasformando in arida steppa l'incalzare degli eventi.
Quanto più ci accerchiano i profeti e le icone di felicità da acquistare, tanto meno riusciamo a regalarci il lusso di un istante di riflessione.
Veloci allora si fanno i nostri passi incalzandoci nell'altrove del nulla, soffocando con il rumore di mille gesti uguali i sentimenti del nostro cuore.
Muti sordi e ciechi davanti alla sofferenza, diventiamo allucinati spettatori in un mondo di fantasmi, dove il mero sventolìo di un lenzuolo sembra invocare aiuto.
La partecipazione allo spettacolo richiede l'aumento di vani compiti quotidiani: non solo all'altrui dolore rimaniamo indifferenti, ma persino al nostro malessere facciamo l'abitudine.
Una spenta società brancola alla deriva del mondo, guarda fissa davanti a sé ed ignora l'altro che le è intorno, che le è dentro, che è la sua vita...
Sopravvivere pare l'unico predicato da coniugare in tutti i modi e le forme possibili.
Queste parole non richiamano l'Apocalisse e neppure s'ispirano all'inanità di un lamento funebre. Vogliono ricordare la ricchezza della Pasqua, quando morte dolore e sofferenza fanno da controcanto a vita gioia e serenità.
Sublimando l'ancestrale bisogno di assicurare il passaggio dalla sterile oscurità invernale alla fertile luminosità primaverile, un Uomo ha voluto porsi nel punto centrale della storia per di-mostrarsi infinito esempio d'umanità. La Sua fine, il Suo inizio, il Suo sangue sono veri e reali per tutti, anche per il non credente.
E’ l'attenzione quel che la Sua presenza predica: considera sempre i tuoi passi nel mondo; ogni tuo atto appesantisce la catena dell'indifferenza o rafforza la pietas della vita.
Poco chiede, ma è molto nel vuoto della contemporaneità.
Per questo ci sembra giusto chiedere agli altri di fuori di regalarsi un attimo di pausa per guardare al mondo con senso critico e lasciarsi andare, senza distacco e pudore, alle lacrime della passione, alla gioia del risveglio o, perché no?, anche alle grida di rabbia.
Invito, il nostro, ad abbandonare seppur per un solo battito di ciglia l’indifferenza del sopravvivere per accogliere l’attenzione dell’essere: avvertire la schiavitù del non-tempo può aiutare ognuno a prendere coscienza della propria capacità di indicare al tempo, ed alla vita, altri percorsi...
Novara, Pasqua 2002 .: download :.
| riflessioni sulla pasqua |
|